Cronaca di un album perfetto: intervista ad Iosonouncane

Che un album metta d’accordo tutti (ma proprio tutti) non è cosa assai comune. Lo è ancora di meno sentirne parlare il suo autore con una semplicità disarmante: come fosse da tutti mescolare Battisti e i Radiohead, Moderat e il canto tradizionale sardo, tirandone fuori 38 minuti di assoluta bellezza. Alla vigilia del tour acustico di DIE ci siamo fatti raccontare da Jacopo Incani la genesi di un piccolo capolavoro.

 

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Con DIE, diversamente da quanto accaduto con La Macarena su Roma, addetti ai lavori e semplici fan hanno definitivamente riconosciuto che non sai solo scrivere dei bei testi ma che sei anche un ottimo musicista, uno che la musica “la sa fare”. Sei cosciente di questo riconoscimento unanime oppure cerchi di non farci molto caso?

I – Ne sono cosciente e mi fa molto piacere, ma ti dirò di più: in qualche modo è un aspetto che mi dispiaceva non fosse stato apprezzato col primo disco. Il fatto che con questo album si sia andati oltre le considerazioni sui soli testi e ci sia accorti che sono anche un musicista che suona, arrangia e produce la sua musica, tra tutte le cose che stanno accadendo, è una di quelle che mi fa più piacere. In fondo col precedente lavoro ero stato valutato in maniera “parziale”. Adesso sono molto soddisfatto.

Peraltro, se ho ben capito, questa volta nella scrittura e nella lavorazione dell’album i testi sono stati gli ultimi ad arrivare. In DIE racconti la vicenda di un uomo e una donna (l’uno in mezzo al mare preda dei flutti, l’altra che osserva dalla riva) lambendo soltanto le loro figure e utilizzando termini che ricorrono più volte anche nello stesso brano. Come sei arrivato a tutto questo, avevi già un’idea di partenza o sono state le parole a suggerirti la storia?

I- Al principio era il verbo (ride, ndr)… inizialmente ho scritto una gran quantità di bozze scegliendo tra queste quelle legate da un rapporto di parentela, una famigliarità delle varie melodie che avevo scritto cantando alcune parole ricorrenti (sole, rive, fame, sete). Su questi testi ho lavorato per due anni, scrivendo quotidianamente, leggendo molti autori e proseguendo così finchè non ho avuto ben chiara la polarizzazione di alcuni opposti: la figura femminile e quella maschile, il mare e la terra ferma, la luce e il buio, la vita e la morte. La trama vera e propria si è delineata solo alla fine del tutto, quando ho finalmente inserito i testi nelle melodie definitive.

Una gestazione articolata. C’è stato un momento in cui hai temuto di non poter concretizzare tutto quello che avevi in mente? E quando invece hai capito che il disco poteva camminare con le proprie gambe?

I – Quella paura l’ho avuta più volte. Inizialmente quando ho realizzato che avrei dovuto affrontare un percorso di scrittura di musica e testi diametralmente opposto a quello che portò a LMSR: avevo paura di non saper rimformulare il mio metodo a seconda della necessità dei brani. Un altro momento di paura l’ho avvertito quando, dopo due anni passati a registrare da solo in casa, mi sono ritrovato una mole enorme di materiale impossibile da gestire. Anche perchè non sentivo di avere le conoscenze tecniche e conoscitive adatte per ottenere alcuni suoni che avevo in mente. Ad esempio per quanto riguarda i bassi, la sezione fiati, gli organi, capitava magari che non suonassero come volevo. E’ stato li che ho deciso di lavorare con Bruno Germano, affiancando al mio lavoro quello di un produttore nonchè fonico eccellente.

Il lavoro con Bruno è durato un anno, alla fine del quale c’erano delle incombenze da rispettare, e temevo che mi sarei dovuto accontentare di un lavoro che non rispecchiava la mia idea e le mie aspettative sui suoni, sulle strutture originali. Dopo il missaggio (lavoro meticoloso quasi maniacale durato un mese; Bruno ha lavorato 5 giorni pieni per ognuna delle sei tracce)  mi sono immediatamente reso conto che l’album era come lo avevo pensato.

Durante il periodo che hai trascorso in Sardegna a scrivere l’album, hai trovato anche il tempo di aiutare tuo zio a lavorare in campagna. Credi di aver trasferito qualcosa dal modo con cui si cura la terra al  tuo metodo di scrittura e composizione, oppure è solo una sciocca mia suggestione?

I- No anzi, ha avuto una notevole influenza. Credo sia stato molto importante per l’acquisizione di un mio personale equilibrio. Venivo da tre anni e mezzi di concerti, con giornate spezzate sempre diverse tra loro e con pochissimi punti fermi. Tornare a casa e passare del tempo in campagna mi ha permesso di fissare quei punti fermi, e tutto ciò si è riversato anche nella scrittura dei brani ed è stata alla base della naturalezza con cui molte cose sono venute fuori nella scrittura.

Prima del ritorno in Sardegna avevo già le parole di DIE cui accennavo prima, avevo bene in mente le atmosfere e avevo già avuto l’idea di campionare il canto tradizionale sardo. Però il lavoro quotidiano nei campi ha fatto diventare tutte queste cose qualcosa di tangibile e concreto.

Per questo lavoro hai chiesto ad un po’ di persone di suonare con te. Cito su tutti quel monumentale musicista che è Paolo Angeli con la sua chitarra sarda preparata, e Serena Locci che non solo è stata la parte femminile dell’album, ma che ti accompagnerà nel tour acustico. sono collaborazioni nate per caso, o avevi già in mente qualcosa di simile?

I – E’ nato utto strada facendo, nel senso che l’idea primigenia era quella di tornare a casa e non suonare da solo. Dopo anni di tour e palchi calcati da solo ho avvertito un bisogno quasi puerile di coinvolgere altra gente. E per prima cosa ho pensato ad alcuni miei amici. Poi ho coinvolto Serena Locci, che è mia cugina, e che sento cantare da sempre. L’idea era quella di lavorarci su un solo brano; ma dopo averlo inciso mi si è aperto un mondo e lei ha finito per cantare su più pezzi, caratterizzando il disco stesso.

Per quanto riguarda Paolo la cosa è avvenuta qualche mese prima del missaggio. Ci eravamo conosciuti tempo prima, e parlando lui mi ha proposto di suonare qualcosa per me. Ovviamente il mio “si” è stato immediato, e anche quello che è venuto dopo è stato molto veloce: gli ho mandato una bozza della base su cui avrebbe suonato, e pochi giorni dopo lui mi ha mandato una lunga improvvisazione su quella base. Mi ha dato carta bianca autorizzandomi a malmenare il tutto con le mie macchine elettroniche. E’ stato tutto molto molto naturale.

Tempo fa ti è stato chiesto di indicare un po’ di album di musica italiani prodotti bene. Guardando ad oggi ci sono degli artisti di cui apprezzi il lavoro in misura maggiore rispetto ad altri?

I- Beh, su tutti direi i Verdena. Loro mi piacciono davvero molto e gli ultimi loro dischi mi sono piaciuti tanto. Mi piace il metodo che usano nella produzione. Siamo molto vicini credo da un punto di vista caratteriale e di metodo, nella ossessione con cui curiamo i pezzi. Li stimo molto da sempre.

Ma mi piacciono molto anche Dino Fumaretto, Alessandro Fiori, Colapesce, ma anche tutta una serie di progetti che non appartengono alla canzone da autore ma che seguo con interesse.

Il tour acustico parte oggi (2 dicembre ndr) da Padova e farà tappa al Teatro Morelli di Cosenza il 10 dicembre. Per queste dieci date hai vestito i brani di una nuova forma. Cosa dobbiamo aspettarci?

I – Ci saranno i brani di DIE, ci saranno i brani un po’ più vecchi e ci saranno credo anche un paio di cover. Non ci saranno macchine, ma solo io, Serena Locci, e le chitarre

E tu cosa ti aspetti dal ritorno in una città che ti apprezza da sempre, come il capoluogo bruzio?

I – Non vedo l’ora di tornarci. Ci sono stato già anni fa, e lì ho diversi amici con cui mi sono sempre sentito a casa e che ricordo sempre con tenerezza. Il centro storico di Cosenza poi è una delle cose più belle e struggenti che abbia visto girando l’Italia. E mi piace pensare di poter tornare a mangiare in una certa trattoria sul lungofiume. Insomma non aspetto altro

 

(foto Silvia Cesari)

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